Tornare a Itaca
Aggiornamento: 26 lug

Quando uscì l’annuncio che Christopher Nolan avrebbe diretto The Odyssey, la mia prima reazione non fu l’entusiasmo. Anzi, fu un certo scetticismo.
Come molti di noi, sono cresciuta con la mitologia greca. È una di quelle passioni che non mi ha mai abbandonata: da bambina ero affascinata da qualsiasi racconto riguardasse gli dèi dell’Olimpo e, crescendo, ho continuato a coltivare quell’interesse leggendo romanzi e tante reinterpretazioni del mito (e sì, pure Percy Jackson). Più andavo avanti, però, più mi rendevo conto che ciò che mi interessava davvero non erano soltanto le storie in sé, ma il motivo per cui continuassero a parlarci con una forza che pochi racconti sembrano conservare nel tempo.
Perché, dopo quasi tremila anni, sentiamo ancora il bisogno di rivivere l’Odissea?
E soprattutto, perché un regista come Christopher Nolan decide di confrontarsi con uno dei testi fondativi della letteratura occidentale, sapendo che qualunque scelta verrà inevitabilmente confrontata con Omero e, molto probabilmente, criticata?
Per mesi è stata questa la domanda che mi ha accompagnata.
Poi, qualche mese fa, prima della proiezione di un altro film, ho avuto la fortuna di vedere sei minuti di anteprima di The Odyssey ed è successo qualcosa che non mi aspettavo. Mentre guardavo quelle immagini ho smesso completamente di chiedermi quanto sarebbero state fedeli al poema; mi sono sentita immersa in quell’atmosfera, in quella storia e ho iniziato a domandarmi come Christopher Nolan, insieme agli scenografi, ai costumisti, ai compositori e a tutte le persone coinvolte in un progetto di questa portata, avesse deciso di interpretare quella storia.
Perché tra critiche e acclamazioni è proprio questo che fa il cinema moderno: non ricostruisce il passato come se fosse un reperto archeologico da osservare dietro una teca, ma lo interpreta, gli dà una forma nuova e prova a instaurare un dialogo con il presente. Non voglio entrare in tutta quella intricata dinamica di appropriazione culturale americana e cancel culture perché onestamente non sono il tipo, ma soprattutto perché a volte credo davvero che si esageri, di seguito spiego il perché.
C'è un equivoco che accompagna quasi ogni adattamento cinematografico di un classico. Quando un regista decide di portare sullo schermo un’opera come l’Odissea, ci aspettiamo che diventi un messaggero fedele, un tramite in grado di trasportare un testo da un linguaggio all’altro cercando di alterarlo il meno possibile. Ma spesso anche lui è un artista, o creativo, come lo vogliamo chiamare, e così come un pittore non copia solamente un paesaggio e uno scrittore non trascrive semplicemente la realtà, non possiamo aspettarci la stessa cosa da un regista.
Ogni scelta, dall’inquadratura al costume, dalla scenografia al silenzio, fino alla palette cromatica, racconta il modo in cui quella persona guarda il mondo, il modo in cui decide di entrare in dialogo con un’opera e di restituircela filtrata attraverso la propria sensibilità. Pretendere che un film sia una riproduzione fedele dell’opera originale significherebbe dimenticarci che il valore dell’arte non sta nella fedeltà alla realtà, ma nello sguardo.
Forse è anche una deformazione professionale. Mi occupo di branding e in fondo passo gran parte del mio lavoro a cercare di capire come reinterpretare qualcosa che esiste già senza tradirne l’identità. Per questo, quando guardo un film, faccio fatica a vedere soltanto il regista: mi ritrovo a osservare il lavoro di decine di persone, chiedendomi perché una scenografia sia stata costruita in un certo modo, perché un costume abbia proprio quei colori, perché la fotografia scelga una luce anziché un’altra o quale significato si nasconda dietro una determinata scelta musicale. Mi interessa capire quale idea abbiano cercato di costruire insieme e perché abbiano sentito il bisogno di raccontare proprio quella storia, proprio oggi.
È stato questo cambio di prospettiva a permettermi di godermi davvero The Odyssey.
Sono entrata in sala senza aspettarmi una lezione di storia. Volevo vedere come un gruppo di artisti del 2026 avesse deciso di confrontarsi con un poema di quasi tremila anni fa, quali immagini avrebbe scelto di imprimere nella memoria dello spettatore, quali simboli avrebbe conservato, quali invece trasformato e, soprattutto, quali emozioni avrebbe deciso di mettere al centro del racconto per renderlo vivo ancora oggi.
Abbiamo letto moltissime critiche in questi mesi: sul casting, sui costumi, sull’accuratezza storica e persino sul fatto che l’Ulisse di Nolan non fosse più il grande stratega descritto da Omero, ma un uomo molto più terreno, quasi spogliato di quella straordinaria aura eroica che lo accompagna da secoli. Sono osservazioni comprensibili, ma uscendo dal cinema continuavo ad avere la sensazione che il film stesse cercando di raccontare qualcosa di diverso e che, forse, lo stessimo giudicando ponendogli la domanda sbagliata.
L’Ulisse di Nolan non mi è sembrato meno intelligente, mi è sembrato un uomo appesantito dal peso della propria intelligenza.
La sua mente, quella stessa mente che gli ha permesso di immaginare il cavallo di Troia e mettere fine a una guerra durata dieci anni, smette di essere soltanto una qualità eroica e diventa qualcosa con cui convivere, una responsabilità che continua a perseguitarlo. Durante il film gli viene continuamente chiesto se ne sia valsa davvero la pena e, attraverso di lui, viene rivolta la stessa domanda anche allo spettatore.
Ci sono poi immagini che continueranno a tornarmi in mente ancora a lungo e che, a dire la verità, mi hanno già fatto visita durante la notte successiva alla proiezione: Troia che brucia, gli Inferi, l’imponenza di Agamennone, i Lestrigoni, l’ultima tempesta prima dell’approdo da Calipso. Eppure la cosa che mi ha colpita più di tutte oltre alla spettacolarità di quelle scene è stata che, pur conoscendo perfettamente la storia, continuassi a chiedermi che cosa sarebbe successo nella sequenza successiva.
È stato in quel momento che ho capito quanto possa essere potente una reinterpretazione riuscita.
Il piacere di guardare questo film non nasceva dal cosa accade (perché quello, in fondo, lo sappiamo tutti) ma dal come qualcuno aveva deciso di raccontarlo, dallo sguardo attraverso cui quella storia mi veniva restituita.
C’è però un’altra ragione per cui questo film mi ha colpita così tanto, ed è una ragione completamente personale.
C'è stata una serie di ricordi e ritorni in questi giorni.
L’ultima volta che sono stata in Sicilia quando c’era ancora mio padre, poche settimane prima che venisse a mancare, siamo andati insieme al Teatro Greco di Siracusa a vedere una reinterpretazione contemporanea dell’Odissea. Ricordo ancora la sorpresa quando mi sono seduta sulle gradinate e ho osservato la scenografia: la storia non iniziava sul mare, ma in un terminal aeroportuale. All’epoca mi sembrò una scelta registica originale e azzeccatissima, forse anche perché era un’immagine nella quale mi riconoscevo molto (mai mi è passato per la testa di criticare un'idea del genere).
Pochi giorni fa mi trovavo ad Aït Ben Haddou, in Marocco, uno dei luoghi utilizzati dal cinema per rappresentare Troia.
La sera del 22 luglio, ho visto The Odyssey, la data coincideva anche con l’anniversario della scomparsa di mio padre e poi il giorno dopo sono tornata in Sicilia.
Un bel carico di cose che avevano tutte lo stesso filo conduttore.
L’associazione, nella mia testa, tra questo film e mio padre è stata quindi immediata.
A dire la verità, nella mia testa c'è sempre stata, fin da bambina, un'associazione tra lui e Ulisse.
Mio padre è nato in Calabria, ha vissuto a Roma, Milano, Torino, Monaco, Vienna, ha viaggiato praticamente ovunque per lavoro e per piacere, prima di scegliere la Sicilia come luogo in cui fermarsi definitivamente.
La sua Itaca.
È stato quindi naturale, quando abbiamo preso con noi il nostro secondo pastore tedesco, maschio, chiamarlo Argo.
Allora mi sono detta che sì, tutto questo parallelismo aveva senso, anche dopo aver visto questo "nuovo" Ulisse, sullo schermo. Anche io l'ho trovato molto più umano, molto più vicino a noi, molto più carico del peso degli anni, delle scelte.
Credo che il motivo per cui continuiamo a ricordare l’Odissea non abbia tanto a che fare con il desiderio di conservare una storia immutabile, quanto con il bisogno di continuare a interrogarla attraverso le domande del nostro tempo. Omero raccontava il ritorno di un eroe; Nolan sembra chiedersi che cosa rimanga dell'uomo (non dell'eroe) una volta finita la guerra; io, uscendo dal cinema, mi sono ritrovata a chiedermi quali sono le prove del nostro tempo.
Sicuramente sono molto diverse da quelle di Ulisse, ma quasi tutti, prima o poi, ci troviamo a lasciare la nostra Itaca. Che non per forza è solo un luogo fisico, può chiaramente essere anche uno stato dell'animo.
E così partiamo, convinti che quel distacco sarà temporaneo, che un giorno torneremo e ritroveremo tutto esattamente com’era. Cambiamo città, cambiamo lavoro, costruiamo nuove abitudini, nuove relazioni. E quasi senza accorgercene, cambiamo anche noi. A volte è proprio questo a rendere difficile il ritorno: non tanto la distanza, quanto il dubbio di non riconoscere più il luogo che avevamo lasciato o, forse, di non riconoscere più noi stessi dentro quel luogo. Più tempo trascorre, più la nostra "Itaca" diventa un ricordo che continuiamo ad arricchire, a smussare, a idealizzare. Fino a chiederci se stiamo davvero desiderando di tornare o se stiamo inseguendo l’immagine di un posto che ormai esiste soltanto nella nostra memoria.
Ma cosa lasciamo indietro con la promessa di tornare? Quale prezzo paghiamo, che cosa grava su di noi negli anni? E alla fine, sentiamo addosso più il peso delle scelte o di ciò che abbiamo lasciato?
Ripensando a mio padre, però, mi rendo conto che non esiste una risposta universale. Per lui la Sicilia non è mai stata un’idea da rincorrere: è stata una realtà molto concreta. Dopo una vita trascorsa tra città e Paesi diversi, lì aveva trovato il posto in cui desiderava fermarsi. Ma nella stessa Odissea vediamo che non tutti vivono il ritorno nello stesso modo, e qui credo stia il cuore di un'opera classica, che la distingue da una qualsiasi altra storia.
Ovvero che, ogni volta che la riviviamo, in qualsiasi modo, ci racconta qualcosa di nuovo anche su noi stessi.



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