Souk, deserto e riflessioni scomode
- Alice Gaglianò
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 9 min

Il Marocco è stato il ventinovesimo Paese che ho visitato. Fa un certo effetto pensarci, soprattutto perché quest’anno ho compiuto trent’anni. In un modo o nell’altro, entro i 31 avrò visitato anche il trentesimo Stato perché sì, è già in programma e sicuramente ne parlerò.
Tornando al Marocco, era una destinazione che mi incuriosiva anche se, a essere sincera, ne sapevo pochissimo. Ero già stata in Nord Africa, in Tunisia, ma avevo quattro anni e gli unici ricordi rimasti erano dei dromedari che, ai miei occhi di bambina, sembravano giganteschi, una ballerina del ventre e poco altro.
C’era però una cosa che desideravo vedere da tempo: il deserto.
L’anno scorso sarei dovuta andare in Giordania e visitare il Wadi Rum, ma quel viaggio è saltato per cause esterne. Quando il mio ragazzo mi ha regalato i biglietti per il Marocco per il compleanno, ho pensato subito che finalmente avrei realizzato quel piccolo desiderio rimasto in sospeso.
Partire a metà luglio, però, sembrava quasi una follia.
Quante volte abbiamo recitato la frase “Ma sì che poi non è il caldo… è l’umidità”.
Prima di partire ero convinta che avremmo sofferto tantissimo. Invece, una delle cose che mi ha colpito di più è stato proprio il clima.
Sì, il sole picchia fortissimo, quando ci sei sotto lo senti davvero. Ma è un caldo secco, completamente diverso da quello a cui siamo abituati nelle nostre città e, ormai, perfino in Sicilia. Ti basta ripararti all’ombra per stare immediatamente bene.
Nelle medine di Fès e Marrakech, le strade sono quasi interamente coperte da graticci di legno che lasciano passare l’aria ma schermano il sole, cammini praticamente sempre coperto e la differenza di temperatura è impressionante.
Se al sole hai sudato e hai la maglia e la pelle un po’ bagnate, appena vai all’ombra potresti avere dei brividi di freddo, non scherzo, è una di quelle sensazioni difficili da immaginare finché non la provi.

Fès
Siamo atterrati a Fès alle otto del mattino e abbiamo dedicato l’intera giornata alla città antica e mi è piaciuta tantissimo. L’ho trovata molto autentica, meno turistica di quanto immaginassi e incredibilmente viva.
Qui si trova la Qarawiyyin, che alcuni storici e una serie di fonti, tra cui l'UNESCO, la considerano la più antica università del mondo, (seguita dall'Università degli Studi di Parma). Dico “alcuni” perché l’università più antica del mondo (propriamente detta come la intendiamo noi) risulta essere quella di Bologna, e così infatti avevo sempre studiato persino io. In ogni caso, contrasti storici a parte, mi sarebbe piaciuto tantissimo visitarla ma purtroppo l’accesso è riservato a studenti e ricercatori.

Lo stesso vale per il Palazzo Reale. Confesso la mia ignoranza: prima di questo viaggio non avevo nemmeno realizzato che il Marocco fosse ancora una monarchia.
La città, però, è tutta da vivere per strada. Ci sono le concerie, diventate famose sui social per quelle incredibili vasche colorate viste dall’alto. L’odore è fortissimo, o almeno, così mi avevano detto tutti.
Non fraintendetemi: si sente eccome. Ma quello che mi ha colpito molto più dell’odore sono state le persone che lavorano lì dentro ogni singolo giorno; in confronto l’ondata che ti arriva ogni tanto guardando le vasche dall’alto non è nulla. È un lavoro durissimo, sotto il sole, immersi nelle tinture per ore.
Poi sali sulla terrazza dei negozi che affacciano sulle concerie e ti fanno toccare la pelle. Morbidissima, di una qualità incredibile: usano ovviamente tutti prodotti naturali.
Curiosamente, proprio qualche giorno fa ho letto un capitolo del libro di Alberto Angela dedicato all’Impero Romano, dove raccontava come i romani conciassero le pelli e usassero sostanze aromatiche per mitigare il terribile odore del cuoio. Mi è venuto spontaneo chiedermi perché qui questa pratica non venga utilizzata.
Passeggiando nella medina si vedono scene che, per noi, sembrano appartenere a un’altra epoca: persone che camminano per le vie con dei polli (morti) tenendoli semplicemente per le zampe; artigiani che lavorano il rame sotto il sole, muli e carretti che restano ancora oggi l’unico modo per spostare le merci nelle vie strettissime della città.
Dormire in un palazzo dell’Ottocento
Una delle sorprese più belle è stato anche il nostro alloggio. Abbiamo dormito in un palazzo del XIX secolo (Palais El Mokri) ancora appartenente alla famiglia originale, che oggi affitta alcune stanze per riuscire a mantenerlo. Entrarci è stato assurdo perché da fuori non immagineresti mai cosa ci sia oltre quel portone.
Abbiamo conosciuto anche la moglie del proprietario e il custode del palazzo, sono stati incredibilmente gentili.
Mentre la sera abbiamo cenato sul rooftop di un riad e lì c’è stato il secondo contatto con la cucina marocchina (a “colazione” avevamo mangiato una zuppa di legumi e una frittata...). Tagine, cous cous, carne cotta lentamente, spezie ovunque.
Ma il ricordo più dolce resta un dessert semplicissimo: sfoglie croccanti, una crema morbida e miele. Niente di elaborato, eppure a me i dolci così mi fanno impazzire.

Verso il deserto
Il giorno successivo è iniziato il tour che, in tre giorni, ci avrebbe portati da Fès fino a Marrakech. La prima tappa è stata Ifrane.
Se mi avessero bendata e lasciata lì improvvisamente probabilmente non avrei mai detto di essere in Marocco. Case coi tetti spioventi, un sacco di verde curato, sembra quasi una cittadina di montagna europea. Infatti lì vicino inizia una foresta di cedri, dove vivono le bertucce, le uniche scimmie selvatiche del Nord Africa.
E qui abbiamo cominciato anche a vedere il lato più turistico del viaggio.
Ai lati della strada dei ragazzi del posto ti porgono delle noccioline per attirare le scimmie, si offrono di scattarti le foto, ti prendono il telefono con una naturalezza sorprendente… e poi, giustamente, si aspettano una mancia.
Io non ho toccato una scimmia manco per scherzo, ovviamente; Leo invece è stato molto più intraprendente.
Ma la nostra vera meta di quel giorno era il deserto, e più ci avvicinavamo a Merzouga più la vegetazione lasciava spazio alla roccia, poi arrivavano le distese aride fino a scorgere le prime dune di sabbia.

Il deserto… e la delusione più grande
Intanto, una precisazione. Un erg è un’immensa distesa di dune di sabbia, create nel tempo dal vento che trasporta e accumula i granelli più fini ai margini del deserto. L'Erg Chebbi è uno dei due mari di dune sabbiose del Sahara in Marocco.
È stato senza dubbio uno dei luoghi più belli del viaggio. Le dune sono molto più rosse di quanto immaginassi, la sabbia è finissima e vedere il che vento disegna continuamente nuove forme sulla superficie è ammaliante.
Siamo stati fortunati a vedere un bellissimo tramonto, la notte stellata con il cielo stra limpido e anche una bellissima alba. Purtroppo, però, l’organizzazione del campo ha rovinato un po’ l’atmosfera.
Avevamo scelto quel tour perché prometteva una cena tradizionale berbera e un’esperienza autentica nel deserto.
Ci siamo invece ritrovati in un accampamento pieno di ragazzi che hanno preso possesso delle casse e hanno trasformato la serata in una specie di festa improvvisata, con musica pop (Lady Gaga, Riri, ecc) a tutto volume e karaoke fino a mezzanotte. Non proprio l’esperienza che ero venuta a cercare.
È stato un peccato che un luogo così straordinario facesse da sfondo a qualcosa che avrebbe potuto svolgersi in qualsiasi villaggio turistico del mondo. Un po' uno scam? Eeee, secondo me sì. Ripeto, deserto bellissimo, sei in mezzo alle dune, e pensare che ti trovi anche a soli 10 km col confine con l’Algeria che puoi addirittura vedere è emozionante. Ma non ho niente da nascondere, se sei arrivato fino a qui a leggere l’articolo tanto vale che ti dica la verità: se vuoi vedere il deserto, non andare in Marocco. Non è stata totalmente una delusione, ma mi ha lasciato parecchio l’amaro in bocca.
Se il tuo sogno è vivere un’esperienza nel deserto il più autentica possibile, probabilmente oggi sceglierei un’altra destinazione. L'erg Chebbi è molto bello, ma l’offerta turistica che gli è cresciuta intorno mi ha lasciato più di una perplessità.

Canyon, kasbah e montagne
Nei giorni successivi però il viaggio è tornato a sorprendermi nei paesaggi. Abbiamo attraversato gole, canyon e visto tantissime oasi verdi che spuntano all’improvviso nel mezzo della roccia rossa. Continuavo a ripetermi che non avrei mai immaginato un Marocco così. Allo stesso tempo, però, è stato anche il momento in cui ho cominciato ad avere una sensazione strana. Non riuscivo ancora a darle un nome, ma continuava a tornare fuori durante il viaggio. Gli orari degli spostamenti non erano mai particolarmente chiari, alcune tappe che erano indicate nel programma sono sparite senza una spiegazione, ci fermavamo sempre nel ristorante scelto dalla guida… Nulla di grave, sia chiaro, ma avevo continuamente la sensazione di non capire mai davvero cosa stesse succedendo. All’inizio ho pensato fosse semplicemente il modo in cui era organizzato il tour. Avrei capito soltanto a Marrakech che quella sensazione non dipendeva solo dalla nostra guida, che poi in realtà era super gentile.
Il giorno successivo abbiamo visitato Aït Ben Haddou, ed è uno di quei luoghi che sembrano già familiari ancora prima di visitarli, perché il cinema ci è passato infinite volte. È stata utilizzata come set per decine di film e serie TV, da Il Gladiatore a Game of Thrones, fino a produzioni più recenti come The Odyssey.
Passeggiare tra quelle mura di terra cruda dà davvero la sensazione di entrare in un altro tempo. Nelle fotografie si tende a isolare sempre la città fortificata, ma una volta arrivati lì ti rendi conto che attorno c’è praticamente il nulla. Roccia, montagne, una valle attraversata da un piccolo corso d’acqua e poi lei, costruita con lo stesso colore della terra che la circonda, quasi come se fosse emersa naturalmente dal paesaggio.
È ancora più curioso pensare che, nonostante l’immaginario collettivo associ questo posto al deserto e al caldo estremo, Aït Ben Haddou si trovi a circa 1.300 metri di altitudine e che in inverno le temperature possano addirittura scendere sotto lo zero.

Da lì abbiamo poi attraversato le montagne dell’Atlante.
Anche questo è stato uno di quei momenti in cui mi sono resa conto di quanto poco conoscessi il Marocco. Non mi aspettavo strade di montagna, passi pieni di tornanti e panorami che, per certi versi, mi hanno ricordato molto più alcune zone dell’Europa meridionale che il Nord Africa.
Marrakech
Marrakech, in realtà, l’abbiamo vissuta molto meno di Fès. La sera ci siamo ritrovati in piazza Jemaa el-Fna a guardare la finale dei Mondiali insieme a centinaia di persone, incantatori di serpenti e buttadentro di ogni tipo, mentre il giorno successivo abbiamo avuto ancora qualche ora per girare la città prima di ripartire.
Eppure è stato proprio lì che ho capito quella sensazione che mi portavo dietro ormai da un paio di giorni.
Non era propriamente confusione, era quella continua impressione di non capire mai dove finisse la spontaneità e dove iniziassero gli interessi personali di chi avevo davanti.
Prima di partire avevo ricevuto le classiche raccomandazioni da chi era già stato in Marocco: “stai attenta”, “non fidarti troppo”, “ti fregano appena possono”. La verità, però, è che io non mi sono mai sentita in pericolo e non ho mai avuto la sensazione che qualcuno volesse imbrogliarmi in modo esplicito.
Ma credo che il rapporto con i visitatori funzioni in maniera molto diversa da come siamo abituati noi. La guida ti porta sempre nei suoi ristoranti, nei suoi negozi, tutti hanno una storia da raccontarti e tutto sembra raccontato per stupirti (o impietosirti). Sono tutti molto aperti ma poi cominci a sentire la stessa storia in posti diversi e allora torna quella sensazione di confusione.
Non lo dico con un’accezione negativa, né tantomeno per criticare il Marocco. È semplicemente una sensazione che ho avuto più volte durante il viaggio e che credo derivi da una realtà molto diversa dalla nostra, dove il turismo rappresenta una parte importante ma il confine tra ospitalità, commercio e lavoro è molto meno netto di quello a cui siamo abituati.
Forse è stato proprio questo a lasciarmi un leggero amaro in bocca anche durante il tour nel deserto.
Perché, al di là della guida che si è sempre dimostrata disponibile e simpatica e del gruppo con cui siamo stati bene, io avevo scelto e pagato quell’esperienza aspettandomi determinate cose: una serata berbera tradizionale, un’atmosfera raccolta, un’immersione nel silenzio del deserto. Mi sono ritrovata invece in una situazione molto diversa e, ripensandoci, credo che la delusione sia nata soprattutto da lì. Nata dal rendermi conto che, in fondo, quella serata esiste perché è esattamente ciò che una parte del turismo occidentale cerca. Musica, festa, karaoke, comfort, tende con tutti i servizi.
È facile dare la colpa a chi organizza e crea queste esperienze e dire che “ormai è tutto turistico”. Ma, se ci pensiamo bene, siamo stati “noi” ( tra virgolette ovviamente, non per forza io o tu che stai leggendo), negli anni, ad abituarci a cercare sempre più comodità anche nei luoghi più remoti. Vogliamo il deserto, ma con il bagno in camera. Vogliamo l’avventura, ma senza rinunciare ai comfort. Vogliamo sentirci esploratori, purché ci sia il Wi-Fi. A un certo punto mi è rimasta impressa una scena. Una signora aveva evidenti difficoltà a salire sul dromedario e a rimanerci sopra. Quello che mi ha fatto riflettere è stato rendermi conto che siamo arrivati al punto di adattare persino il deserto alle esigenze di chi, forse, non desidera davvero vivere un’esperienza del genere, ma è lì solo perché è una di quelle cose “da fare” . E allora forse è inevitabile che, piano piano, quei luoghi si adattino alle aspettative di chi li visita. Il paradosso è che quella autenticità che ho avuto la sensazione di perdere nel campo tendato l’ho ritrovata altrove senza cercarla. Nelle botteghe di Fès, negli artigiani che lavorano il rame sotto il sole, nei muli che ancora attraversano la medina trasportando le merci, nei mercati.
E forse è proprio qui che ho percepito la differenza più grande tra quella vita e la nostra. La maggior parte di noi passa moltissime ore dietro a uno schermo, facciamo davvero fatica a staccare. In Marocco la quotidianità si vede. Si vede la gente lavorare, costruire, vendere, cucinare, riparare, contrattare. È tutto davanti ai tuoi occhi. È una realtà diversa e viaggiare serve anche a questo: non tanto a stabilire quale sia il modo giusto di vivere, quanto a ricordarsi che non ne esiste uno solo.




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